UNA STRADA LUNGA UN SOGNO

(Incontri e impressioni sulla Via Francigena)

Nel ripercorrere a ritroso di oltre mille anni le vicende travagliate che hanno contribuito alla nascita dell’Europa del terzo millennio, si ha l’opportunità di riscoprire quell’impronta indelebile tracciata da pellegrini e mercanti – impronta di gran valore religioso, culturale ed anche politico-economico - che accomuna i popoli del nostro continente, valori ai quali non sempre ci si è appellati per stabilire le basi di una moderna Europa, nonostante già dal 1994 la Via Francigena sia stata dichiarata Itinerario Culturale del Consiglio d’Europa.

Cercare di ritrovare quei valori camminando su questa via con i trenta neo-pellegrini del M.A.S.C.I., provenienti da varie comunità italiane, e valicando, dal cantone svizzero vallese, il passo del Gran San Bernardo in un impegnativo percorso, scendendo – infine - sul tratto iniziale della Via Francigena italiana, è stato come fare, in una route, un salto indietro nei secoli per rivivere almeno in parte il mistico intreccio di emozioni e di sensazioni, le paure, i disagi e i pericoli che i nostri antenati pellegrini, sradicati dai propri territori da una forza trascendentale, affrontarono in un cammino fisico che rappresentava un’importante tappa dello spirito per raggiungere Roma o i luoghi santi della religione cristiana, quali S. Michele del Gargano e proseguire imbarcandosi per la Terrasanta.

Chissà se circa mille anni fa il vescovo Sigerico, al rientro a Canterbury da Roma, immaginasse che le sue note di viaggio avrebbero tracciato un solco di tanta rilevanza religiosa e culturale. Dopo di lui una moltitudine di anime, con spirito devozionale, ha fatto il percorso contrario alla volta di Roma “alla ricerca della Perduta Patria Celeste”, in espiazione dei propri peccati.

E’ pertanto evidente che questa nostra impresa vale assai più di una scarpinata sui nostri monti per l’uscita mensile che, seppur aggregante tra gli amici e ricreativa nella natura, non è altrettanto portatrice di fede e di motivazioni. Partiti quindi da Etroubles, in Val d’Aosta, ci siamo portati (in pullman) nel cantone vallese, a Bourg St. Pierre, un piccolo villaggio di poche centinaia di abitanti che conserva ancora con accanimento ricordi non troppo lieti del passaggio ingombrante di Napoleone col suo esercito e cannoni nell’anno 1800. Questa via di pellegrinaggio era infatti anche una via di scambi e commerci, percorsa pure dagli eserciti nei loro spostamenti. In questo villaggio, M.me Barbara (probabilmente la factotum del posto), ci fa da gentilissino anfitrione, accogliendoci con musica e musicanti, con la cena e sistemandoci per la notte.

Da qui, l’indomani, si affronterà il lungo e tortuoso percorso in salita per raggiungere il passo, già sperimentato lo scorso anno da sette neofiti, guidati anche allora da Luciano Pisoni, illuminato promulgatore di questo cammino, coadiuvato all’unisono da Paolo Linati.

Ed è da qui che inizio il mio faticoso cammino fisico e metafisico alla ricerca del giusto passo e respiro (sic!), cominciando a pormi domande scomode, accompagnata dall’immagine virtuale di un antico “viatore” di mille anni fa che idealmente mi è al fianco in questa prova assai impegnativa per me e forse ancor più per lui. Proviene da un lontano paese del nord; a casa ha lasciato la moglie e i tanti figli che spera di poter rivedere, è di età indefinibile forse per gli stenti sopportati, ma lo sguardo è sicuro e determinato e mi guarda con aria quasi ironica. Forse considera che per me è facile camminare quassù. Sono infatti ben equipaggiata di tutto il necessario, ma il mio accompagnatore indossa dei calzari rudimentali non troppo adatti al tempo eventualmente inclemente; la mia giacca è calda e impermeabile al vento e all’acqua, mentre il suo rude mantello di lana è l’unica difesa dalle intemperie; il mio zaino è stipato di tutto quanto utile anche nelle emergenze e carestie; la sua bisaccia in spalla contiene i pochi oggetti personali, un po’ di pane secco e qualche moneta; il mio bastone metallico è tecnologico e robusto, ma il suo bordone di legno può anche piegarsi o rompersi. Infine – grande consolazione per noi - Luciano, in testa al gruppo, va avanti e dietro per controllare gli eventuali “sfilacciamenti”, mentre Paolo, in coda, attende e sostiene gli ultimi con parole di incitamento e conforto. Ma chi o che cosa guiderà e sosterrà il mio fittizio compagno se, com‘è probabile, ha intrapreso da solo il cammino?

Proseguiamo nella verde natura ed egli, con orecchio molto più fine del mio, avverte in lontananza nella foresta l’incalzante avvicinarsi di animali selvaggi che possono minacciarlo e ferirlo e sa già come porvi rimedio; … io intravedo, in un prato punteggiato di radi cespugli sul versante opposto del monte, un’innocua marmotta impettita e attenta, che occhieggia quasi indispettita agli incauti disturbatori della sua quiete.

Tutto intorno si elevano cime vertiginose e imponenti, a tratti ancora con residui di ghiacciai che scintillano al sole come specchi, alternati a lussureggianti declivi ondulati di verde che la tarda estate ancora non ha spento. Le ampie terrazze color viola dei cespugli di epilobio colorano i fianchi dei monti con pennellate di un effetto sensazionale. Il rumore di torrenti o cascatelle precipitose e spumeggianti fa da sottofondo a questo incredibile spettacolo di colori, luci e suoni di una natura che ci appare solenne e incontaminata.

Osservo tutto questo e mi compiaccio assai di essere qui, nonostante la fatica: così fa anche il mio compagno e mentre mi beo di tanta magnitudine, egli … prega, ringraziando certamente il Signore di averlo avvicinato a Lui, incolume, su queste vette. Poi la fatica ci stimola l’appetito e un dado di cioccolato ridà a me un po’ di forze; il mio compagno ideale non trova altro che un cardo da sradicare, il cui cuore, accuratamente sbucciato, gli toglie un po’ di fame e di sete.

Man mano che saliamo verso i circa 2500 metri, il percorso si fa più arduo: grossi massi scivolosi da sorpassare, acquitrini improvvisi, folate gelide di vento, dirupi pericolosi e un laboriosissimo guado, resosi obbligatorio dopo lo smarrimento della “retta via”, ma divenuto comunque attraversabile ad opera delle nostre guide e di altri compagni solerti ed encomiabili. Mi commuove un po’ vedere i fratelli presenti indaffarati come formiche per risolvere il momentaneo, non semplice, problema trasportando pesanti sassi nel greto del torrente, o per asciugare i piedi di un’altra compagna, bagnati dal guado. Ci è di sprone l’esempio che alcuni di essi ci danno affrontando questi disagi nonostante le condizioni di disabilità fisica.

Con i miei compagni di viaggio “reali” parliamo di questa avventura che affrontiamo con baldanzoso spirito scout e, forti delle nostre certezze, proseguiamo ben sapendo di poter raggiungere in qualche modo la meta, sempreché Dio lo voglia. Certezze che, comunque, sono ahimè sovente legate a realtà materiali: il cellulare, che il solo parlarne profana questa atmosfera maestosa, e comunque non ci fa sentire soli in caso di pericolo; il nostro zaino pieno di tutti i confort di uso immediato; gli occhiali da vista e da sole che ci permettono di individuare i più minuti dettagli e pericoli del sentiero e impediscono di abbacinarci alle lame improvvise di luce solare sui ghiacciai, e la nostra fotocamera che riesce a memorizzare quanto può essere sfuggito ai nostri occhi di viaggiatori a volte disattenti o frettolosi. Rilevo così che sono le troppe certezze materiali che possono farci sentire onnipotenti e distrarci da Dio e dalla nostra precarietà.

Quali certezze ha il mio compagno virtuale da portare con sé? Oltre ai pochi stracci e generi di sussistenza, ha la quasi certezza di incontrare animali o briganti che metteranno a repentaglio la sua vita o, ben che vada, lo deruberanno di tutti i suoi pochi averi. Ha la certezza di dover affrontare, in altra stagione, tormente di neve e ghiaccio scivoloso che potrebbero farlo precipitare dagli alti dirupi o di percorrere un tratto di cammino più pericoloso e accidentato del nostro. Ha la certezza, se ancora Bernardo da Mentone non vi abbia provveduto, di non trovare quel rifugio od ospizio dei canonici agostiniani che già intravedo in alto sul passo del Gran San Bernardo. Anche se sembra un miraggio irraggiungibile, là troverò una bevanda calda, potrò sedermi al caldo, rifocillarmi e riposare per la notte e persino acquistare, nel negozio di fronte, qualche tavoletta di cioccolato svizzero per i famigliari a casa. Lui, sicuramente no.

Probabilmente il mio compagno ha solo certezze immateriali: ha l’unica certezza della propria, salda fede religiosa, che lo sostiene in tutte le difficoltà nella realizzazione di un sogno spirituale di purificazione che, trascinandolo su queste vette pur a rischio della propria vita, lo avvicina a Dio e lo trasporta a Roma insieme con milioni di altri pellegrini, per completare in tal modo il suo accrescimento interiore. Un sogno e una fede che sostengono ed hanno sempre sostenuto le piccole o grandi imprese umane pervase di spiritualità. Ed è con questo intento che anche noi scout ci siamo sforzati di cimentarci in questa impegnativa route.

La sera dell’arrivo all’ospizio del Gran S. Bernardo, terminata la cena, c’è tempo per diverse approfondite considerazioni sul perché di questo cammino, su come lo vorremmo in futuro, sul nostro essere scout, sull’importanza di avere un nostro organismo nazionale che appoggia queste iniziative e le rende possibili. L’indomani, domenica del rientro, don Marco – che ha camminato con noi – officia la S. Messa e riceve la promessa dal suo magister con una commovente cerimonia.

In uno splendido mattino di sole che tuffa i suoi raggi nel laghetto adiacente la frontiera italiana lì prossima, ci avviamo saltellanti in discesa verso Etroubles, la meta di partenza del giorno prima, con sosta per il pranzo a sacco nel graziosissimo, solitario villaggio di St. Remy, ai cui lampioni stanno sospese le sagome metalliche raffiguranti il pellegrino della Via Francigena, così goffo e tenero. Qui consumiamo il pasto su muretti sovrastati da lussureggianti balconi fioriti. Siamo soddisfatti e scoppiettanti di allegria per il cammino fatto: anche se è un tratto breve di Via Francigena, non è certamente tra i più facili, le difficoltà superate (e quindi superabili) sono tante e significative, e significative sono ancor di più le nuove amicizie e quelle ritrovate, che d’ora in poi faranno parte del nostro essere e dei nostri ricordi per dar senso e sapore ai giorni a venire.

Poi il cerchio finale, i saluti, gli abbracci e i ringraziamenti, prima al Signore e poi agli amici, in particolar modo a Luciano e Paolo per l’iniziativa e l’aiuto; infine - con un po’ di nostalgia - sussurro dentro di me uno speciale “buona strada” al mio compagno virtuale per tutto quanto mi ha insegnato e spronato ... a sognare.

20-22 agosto 2004

Anna Ponzecchi

P.S.: I trenta partecipanti fanno parte delle Comunità di Bergamo, Cantù, Genova, Prato, Saronno, Valsesia, Verona.

Via Francigena-impressioni