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In Sudafrica una famiglia olandese aveva preso come
domestico un negro cattolico sulla quarantina, un uomo che in quella
casa faceva un po’ di tutto. Ma la signora non sapeva rassegnarsi
che alla domenica il loro uomo di fiducia
andasse a quella detestabile superstizione della Messa nella Chiesa
cattolica. E così, per i giorni di festa
aveva congegnato l’orario del domestico in modo così impegnativo che
alla Messa Giuseppe non poteva più andarci.
Egli allora pensò di recarsi in chiesa nei giorni feriali,
visto che di pomeriggio un paio d’ore libere le aveva sempre. E
non mancava mai. Di solito dalle cinque alle sei.
A quell’ora, generalmente,
il missionario-parroco del posto era in chiesa anche lui per la recita
del breviario e vedeva Giuseppe seduto in fondo, nell’ombra, immobile,
E, per quanto stanco, era sempre ben sveglio.
Un giorno gli chiese: Giuseppe, si vede che gusti la preghiera.
Ma che cosa dici al Signore in tutto questo
tempo? “Oh padre, cosa posso dirgli, io non
ho studiato, non so pregare. … Lo guardo così, semplicemente, e gli
dico: Gesù, qui
c’è Giuseppe. Solo
questi gli dici? Eh
si, padre, solo questo, non so dirgli altro.
Per il sacerdote questa fu una meditazione molto seria: quel
povero servo analfabeta sembrava essere stato elevato alla preghiera
di unione con Dio.
Una sera chiamarono d’improvviso: una disgrazia! Un
autocarro, non si sa come mai, era passato a tutta velocità per una
via del centro e aveva travolto due persone. Una delle due,
un cattolico, viveva ancora e aveva supplicato che si avvertisse
il parroco per poter ricevere Gesù Eucaristia.
Il missionario accorse premuroso.
Fu condotto a una casetta bassa, oscura, vicina alla villa di un uomo bianco
inondata di luce. C’erano lì
alcune persone che, vedendo il padre, si misero in ginocchio intorno
al giaciglio su cui agonizzava un uomo. Una lanterna illuminava debolmente
la stanza. C’erano lì alcune persone che, vedendo
il padre, si misero in ginocchio intorno al giaciglio su cui agonizzava
un uomo. Una lanterna illuminava debolmente la stanza.
Mio Dio! Che pena vedere lo strazio
di quel povero corpo! Ma il viso era intatto. Era Giuseppe.
Il povero servo morente vedendo il sacerdote abbozzò un sorriso:
“Padre, mi ha portato il Signore?”
Parlava a stento, si sentiva appena, le parole si perdevano
nel rantolo.
Il missionario si affrettò a disporre ogni cosa per l’ultima
Comunione a Giuseppe.
Non c’era un tavolo, non c’era una
sedia. Tra i presenti si trovava una bambina bantù.
Nelle sue manine aperte e accostate al petto il padre pose l’astuccio,
vi distese sopra il bianco lino e su di esso
la teca con l’Eucaristia.
Dopo l’atto di dolore, che tutti recitarono insieme. Il padre
diede l’assoluzione. Poi aprì la teca, si genuflesse davanti alla
bambina-altare e, presa la Particola consacrata, si voltò verso Giuseppe:
“Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie
i peccati del mondo.”
E i presenti: “Signore, non sono degno di partecipare alla
tua mensa, ma di’ soltanto una parola e io sarò salvato.”
Nel silenzio che seguì, si sentì una voce bellissima dire: Giuseppe,
qui c’è Gesù.
Le parole erano venute dall’Ostia che il padre teneva in mano.
Un brivido indefinibile di soprannaturale pervase la cameretta.
Il missionario confessa che si sentì come fuori di sé e non
sa ancora oggi come gli sia riuscito di comunicare
Giuseppe.
Il povero servo, ricevuto il Signore, socchiuse gli
occhi felice. Non li riaprì più. (Questo
episodio è tratto dal libro “In un’altra anagrafe” di P. Ferdinando
Sembiante, Editrice Missionaria Italiana) |