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TEMPO DI BILANCI: QUALE
CRESCITA?
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Fare "la conta" o il bilancio di quanti adulti scout compongono il MASCI, riportandone di anno in anno i dati in attivo o in passivo sia a livello locale che nazionale, è ormai divenuta un'esercitazione che dà fiato alle più svariate interpretazioni socio-statistiche, specialmente in presenza di un calo di censiti. Del resto nella vita tutto è portato in bilancio: dall'amministrazione familiare, per mantenere le uscite non superiori alle entrate, agli affetti, che non dovrebbero andare in pareggio ma semmai sbilanciarsi in avanti, a quello della vita fin qui trascorsa, per riflettere sugli eventuali deficit e programmare un possibile riassetto futuro. Nell’ambiente di lavoro in cui opero per otto e più ore al giorno, tutto il personale è tenuto a conseguire utili in qualche maniera, o sul piano politico-sindacale, o su quello più specifico di un risultato di bilancio che permetta investimenti in prodotti/servizi innovativi o in iniziative mirate alla difesa degli interessi dei soci/clienti, fortemente richiesteci dagli stessi in virtù della tessera di adesione che pagano annualmente. E’ un impegno formale quindi (e per quanto mi riguarda anche morale) a cui ogni dipendente si adegua per contratto, per dedizione al lavoro, o, non foss’altro, per mantenere il posto. In quella comunità di persone si è tenuti a far sì che i soci siano sempre soddisfatti, a prevenirne le aspettative, cosicché ogni anno abbiano ad aumentare, studiando opportune strategie di marketing associativo per rendere l’associazione appetibile (termine un po' antropofagico ma efficace). Il rapporto torna: maggior numero di soci = maggiori entrate = bilancio in attivo. Nelle imprese manifatturiere poi, quanto migliore e più originale è il prodotto, quanto più successo può ottenere l'azienda che lo produce. In definitiva, pur con le suddette "carinerie" verso il socio, molto viene ricondotto a far business, ad avere successo, a conseguire leciti profitti, in una logica prettamente commerciale. Ma qual è il prodotto e quale il profitto del MASCI? A mio modesto avviso, il MASCI non produce niente in quanto è solo una grossa impresa di trasformazione (spero con ciò di non scandalizzare nessuno), che, ricevuto il prodotto o il pezzo grezzo, lo elabora rifinendolo opportunamente e arricchendolo di valore aggiunto. Il prodotto che esce di fabbrica risulta così (o almeno dovrebbe risultare) più accettabile e gradito all' "Utilizzatore Finale" che, guarda caso, è Colui che ha fornito proprio la materia prima. Uscendo dalle metafore, il miglior profitto che il nostro movimento può trarre è la crescita individuale nella fede, nell’identità scout e nell’azione comunitaria e personale a favore degli altri. In definitiva, secondo me, il discorso è un altro: la crescita da auspicare non è numerica … o, almeno, non solo! E’ doveroso comunque valutare, disquisire e interrogarci (come è di moda dire) sul perché i membri delle nostre comunità (non tutti, per fortuna), dopo una breve o lunga militanza, si "stufano", o perché le comunità non sono più attraenti, perché io (sì, mi ci metto anch'io) od altri compagni - uomini e donne come tutti, e per nostra stessa natura imperfetti - non siamo abbastanza coerenti e credibili, …. ecc., ecc. Il calo dei censiti è un argomento che ha coinvolto anche la mia comunità in un’analisi abbastanza accurata, dopodiché - evidenziati, sezionati e riassunti i diversi motivi di tali defezioni - siamo tornati ad interrogarci risalendo al punto di partenza, pur senza indulgere nel consunto luogo comune che recita "pochi ma buoni", troppo sbrigativo e ingeneroso nei confronti dei compagni che per un breve o lungo tratto di strada hanno camminato con noi, mettendo a disposizione i loro talenti. E poi, è logico che le persone siano libere di cambiare idea e di trovare altri stimoli di aggregazione, se il MASCI ha in parte o in tutto deluso le loro aspettative o se ha chiesto o dato loro troppo poco. A questo proposito, tornando agli "scambi commerciali" del tipo "io ti dò, tu mi dài", devo infine rilevare un distinguo che ritengo significativo: nella mia associazione di lavoro i soci pagano per "ricevere"; nella mia comunità MASCI io aderisco pienamente alle inoppugnabili clausole del contratto a suo tempo firmato con B.-P., e in qualità di socia pago anch’io una tessera e cerco di sforzarmi, non senza l’aiuto di Dio, solo per "dare" - purtroppo con tutti i miei limiti, in misura scarsa e in modo goffo e traballante (e fors'anche un po’ egoistico e presuntuoso) - per "essere felice e fare la felicità degli altri". Anche questo - fra tanti altri, e non ultimo - potrebbe essere un valido stimolo per riscoprire in noi le motivazioni della nostra appartenenza al MASCI, che a sua volta sarebbe così in grado di "trattenerci" assai più agevolmente e di non "andare in rosso" di censiti. Anna
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